Medici che sbagliano – dal blog di chackrarmonia

Fin da bambina, non ho mai avuto molta fiducia nei medici e col tempo la vita mi ha dato ragione.

Avevo 4 anni quando i miei apprensivi e premurosi genitori chiamarono il pediatra perchè avevo un po’ di febbre. Non mi piaceva quel pediatra, aveva i baffi e puzzava di cipolla e quando mi tastò il collo alla ricerca dei linfonodi ingrossati, io dissi “AHI!”. Non mi aveva fatto male, lo confesso, ma mi stava antipatico, volevo solo che mi togliesse le mani di dosso…

La sua diagnosi fu immediata: orecchioni.  Ricordo come fosse ieri le sue parole “Senza ombra di dubbio, la bambina ha gli orecchioni” Furono vani tutti i tentativi di spiegare che non avevo male da nessuna parte, ai miei tempi una bambina di 4 anni non aveva voce in capitolo nell’esprimere il suo parere e mi rassegnai all’applicazione quotidiana di una crema nera, puzzolente e appiccicosa dietro le orecchie e a portare il cappello anche quando andavo a letto. (non so perchè, ma si usava fare così)  Quindici giorni più la quarantena, tanti giorni di scuola persi a causa di una malattia che non avevo, a causa di un medico che non aveva guardato oltre il suo naso.

A dodici anni ho cominciato a fare gli esperimenti con i cosmetici, un giorno forse esagerando un po’, l’ho trascorso a mettere e togliere cremine e fondotinta e il giorno dopo avevo la faccia chiazzata di rosso. Di corsa dal dottore (stavolta non il pediatra) diagnosi: rosolia. Altri giorni tappata in casa e niente scuola per una banalissima reazione allergica, fortunatamente non mi ammalavo mai sul serio, quindi quelli furono gli unici giorni di assenza.

Nel corso degli anni ho visto troppa incompetenza nel campo della medicina, diagnosi sbagliate,  troppi antibiotici somministrati con leggerezza e occhi completamente chiusi di fronte a patologie che invece avrebbero dovuto essere trattate e che invece sono state trascurate fino alla morte del paziente, come è successo a mio padre.

Aveva 60 anni quando ha cominciato ad avvertire problemi nel camminare, sentiva le gambe pesanti, stanchezza diffusa in tutto il corpo e un malessere che non riusciva a spiegare. E’ cominciato il tran tran di analisi e visite costosissime da “luminari” della medicina, cardiologi, internisti, reumatologi e …anche psichiatri, si perchè alla fine i medici hanno deciso che probabilmente la sua era una fissazione e che in realtà tutto dipendeva dalla sua testa. Secondo il parere degli esperti mio padre aveva un po’ di demenza senile (a sessant’anni) e si era convinto di non poter più camminare.

Premetto che a parte il fatto di non poter fare lunghi tratti di strada senza accusare malessere e stanchezza, mio padre non dava alcun segno di squilibrio mentale, semplicemente diceva che non aveva la forza di muoversi e che si sentiva in affanno, ma ormai nessuno gli dava più retta….fino al giorno in cui si svegliò in preda a un dolore lancinante ad una gamba. Questa era diventata gialla ed era gelida, come se il sangue avesse smesso di colpo di affluire. Al pronto soccorso dopo le analisi di routine, abbiamo avuto la notizia che mio padre soffriva di una grave forma cardiomiopatia dilatativa, una grave affezione cardiaca che era la causa dei dolori alle gambe e della sua stanchezza. Tutti erano meravigliati che nessuno se ne fosse accorto.  Erano due anni che mio padre viveva negli ambulatori e il massimo che erano riusciti a diagnosticare era la demenza senile!

La gamba di mio padre è andata in cancrena e nell’arco di due giorni gliel’hanno amputata. Fu fantastico sentirsi dire che se qualcuno si fosse accorto della sua patologia un po’ di tempo prima, la gamba si poteva salvare!!!  Non finisce qui, il peggio doveva ancora arrivare!  Tralascio l’inferno di dover dire a mio padre al suo risveglio dall’anestesia che aveva una gamba in meno, proprio a lui, uno sportivo, pronto a macinare chilometri di strada senza battere ciglio, tralascio la rabbia provata nel sentirsi dire che si poteva intervenire con una terapia farmacologica se qualcuno si fosse sprecato a comprendere che aveva un problema cardiaco. Al danno già consistente si è aggiunta la beffa di un altro errore umano, anzi dei medici che lo hanno operato. Sono riusciti a sbagliare anche l’intervento di amputazione, hanno tagliato troppo tessuto muscolare e quindi l’osso sporgeva oltre la pelle, impedendo alla ferita di rimarginarsi e infettandola. Ho dovuto assistere ad un gioco a ping pong tra chirurghi ortopedici e chirurghi vascolari che si tiravano addosso le colpe dell’intervento andato male, gli ortopedici che volevano intervenire e tagliare un altro pezzo di gamba a mio padre, i vascolari si opponevano. E mentre litigavano tra di loro, senza venire a capo di nulla, un anno passava… Un anno di inferno e sofferenza per mio padre ormai allo stremo delle forze.  Il moncone era un ammasso di pelle rossa e purulenta, con l’osso che sporgeva a vista, provocandogli dolori lancinanti che ormai neanche la morfina riusciva ad attenuare. Quell’osso che sporgeva dalla pelle lacera sarà una cosa che ricorderò per tutta la vita. Ero io a dover drenare il pus che si formava, perchè nessuna infermiera riusciva a resistere senza sentirsi male, è una cosa che ho dovuto fare per un anno, ogni giorno, fino a quando mio padre è morto senza che nessuno sia riuscito a lenire il dolore e a far passare l’infezione.

Anni e anni dopo, quando il tempo aveva mitigato gli orrori e il dolore vissuti durante l’agonia di mio padre, un fatto analogo di incompetenza da parte dei medici si è ripresentato nella mia vita, rischiando di portarsi via anche mia madre. Credo che lei sia sopravvissuta soltanto grazie all’utilizzo istintivo della respirazione diaframmatica con un infarto in corso, o forse perchè fosse testimone con me delle prodezze di molti medici.

Dovevo andare a spasso con lei quel giorno, mi stavo pregustando il giro per negozi, un bel caffè in un bar del centro e farci un po’ di risate. Mia madre, una sorella maggiore, con tanta grinta e voglia di vivere, un’imprenditrice energica, ma di una bontà e pazienza senza uguali. Eravamo per strada, quando mi ha detto: “Ho un dolore tremendo al braccio sinistro e difficoltà a respirare. La guardo, è molto pallida, anzi direi cinerea, si tiene il fianco sinistro e si piega in due. L’ accompagno al pronto soccorso.  Chiedo una sedia a rotelle, mia madre è completamente appoggiata a me, ha le gambe molli, ma sta in piedi. Non trovano una sedia a rotelle, ci lasciano nella reception e nel frattempo faccio compilare il modulo per prendere il numeretto come al supermercato “Vi prego dico, probabilmente è un infarto, datemi codice rosso…” Mi sento rispondere che mia madre non ha un infarto, perchè altrimenti non starebbe in piedi e dobbiamo metterci in coda. Guardo mia madre che istintivamente mette in atto una respirazione diaframmatica, pian piano il dolore si attenua e quando  dopo un’ora ci chiamano per la visita il dolore è del tutto scomparso e la respirazione è normale. Senza una sedia a rotelle ci spostiamo in tutto l’ospedale, per passare dal pronto soccorso in cardiologia, i corridoi sembrano non finire mai, mia madre è letteralmente appesa al mio braccio,  è debole, ma cammina anche se a fatica e l’infermiera che ci accompagna azzarda una battuta: “Visto che non è un infarto? La signora cammina…” Le fanno una radiografia che nessuno guarda e la mandano a casa con diagnosi: calcoli biliari. Io e mia madre ci guardiamo in faccia costernate. L’incompetenza medica ha colpito ancora, ma stavolta non ci facciamo cogliere impreparate. Reduce dall’esperienza con mio padre, ho deciso che non avrei lasciato che degli imbecilli, distratti e incompetenti, mi strappassero anche mia madre ed ho subito contattato un giovane cardiologo amico di famiglia. Due giorni dopo la visita, mia madre era in sala operatoria, l’infarto lo aveva avuto davvero e doveva essere operata d’urgenza. Sette ore d’intervento e quattro by pass le hanno dovuto mettere perchè potesse continuare a vivere!

Potrei raccontarne tante su questi “luminari” che ci degnano della loro presenza dietro pagamento di costose parcelle il più delle volte senza fattura, per esprimere un parere spesso inutile o peggio fuorviante.

La medicina occidentale è già limitante di per sè, perchè tratta il corpo come se fosse suddiviso in compartimenti stagni, non abbiamo bisogno di gente che non si rende conto che un malato che va a trovarli in un certo senso affida loro la sua vita, il suo benessere.

Trovo inconcepibile che coloro che praticano la medicina in occidente scompongano il corpo cercando di isolare la malattia in una singola parte e curare solo quella. La malattia invece riflette la totalità del sistema corporeo, ma a questo non ci siamo ancora arrivati.

A volte è più semplice affidare la nostra salute ad uno sconosciuto che non sa chi siamo e come ci sentiamo, in grado di agire secondo standard predefiniti che naturalmente non possono essere adatti a tutti. Ci danno la pillola che è efficace e noi fiduciosi la ingoiamo, anche se si tratta di antibiotici, che ormai si prescrivono come fossero caramelle e stanno facendo danni a tutta l’umanità.Se abbiamo mal di schiena prendiamo antinfiammatori, applichiamo cerotti.  La causa del mal di schiena sarà sempre lì, ad aggravarsi, ma il dolore magicamente scomparirà, per ripresentarsi tra un’applicazione e l’altra, fino a quando anche quello non servirà più a nulla.

Siamo all’inizio di un cammino consapevole che porta sempre più persone a cercare cure alternative, a fare riferimento alla medicina orientale che guarda l’uomo nella sua totalità, aiutandolo a prendere consapevolezza di quello che non funziona e a cercare di ripristinare l’equilibrio nel suo corpo e nella sua mente. Sarebbe bello se un giorno la medicina orientale e quella occidentale fossero una parte dell’altra, per garantire a tutti la possibilità di curarsi davvero e prevenire diagnosi sbagliate, e morti che avrebbero potuto essere evitate.

 

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